Le figure senior che si stanno riadattando all'AI hanno davanti due tentazioni speculari, entrambe sbagliate.
Il rifiuto — «io non mi faccio dettare il codice da una macchina» — è una battaglia persa il giorno in cui scegli di combatterla.
La resa — «l'AI fa, io guardo» — è la tentazione vera, quella che si infiltra senza preavviso. Due settimane, un mese, sei mesi: e a un certo punto ti accorgi che hai smesso di fare il tuo lavoro.
Sembrano opposte, ma fanno lo stesso errore: continuano a misurare il tuo valore in righe di codice. E portano allo stesso finale: irrilevanza.
C'è una terza via, ed è meno comoda di come suona. Non insegni alla macchina a ragionare come te — il giudizio non si trasferisce, e chi prova a delegarlo se ne accorge tardi. Quello che puoi trasferire è tutto il resto: il perimetro entro cui l'agente si muove, la verifica che dovrà passare, la condizione che lo obbliga a fermarsi, la decisione già presa e il motivo per cui l'hai presa. Vent'anni di product, coding e shipping non entrano in un prompt. Entrano, un pezzo alla volta, nei vincoli che costruisci attorno all'agente e che restano lì quando la sessione è finita.
In cambio ottieni un pair — asimmetrico, perché della direzione e delle conseguenze rispondi tu — che si carica delle parti meccaniche, fa sparring sulle decisioni architetturali, ti porta fonti e alternative che non avresti mai avuto il tempo di cercare.
E soprattutto non è un processo magico. Non è talento naturale né intuito. È fatto di testo che vincola, di procedure richiamabili, di strumenti che tolgono di mano ciò che un'istruzione si limita a sconsigliare. È un metodo, ripetibile.
Questo libro non promette produttività automatica, non è un manuale d'uso e non mette a disposizione un repository da scaricare. È il racconto di un modo di lavorare che non ho scelto per curiosità, ma perché a un certo punto è diventato evidente che continuare come prima non reggeva più.