Capitolo 1
Diversi anni fa fui contattato da un vecchio amico. All’epoca mi occupavo ancora molto di sviluppo software ed ero al termine di una lunga fase da freelance, senza aziende per le mani. La sua ragazza lavorava per l’Importante No-profit Nazionale per l’Ambiente e cercava qualcuno per aiutarla a realizzare uno strumento importante per la nuova strategia dell’organizzazione: una guida agli svaghi ecosostenibili delle varie città italiane.
Trovai l’idea interessante, avevo un po’ di tempo a disposizione, accettai di pensarci su un po’ e mi procurai subito i collaboratori giusti, in questo caso Matteo, un buon progettista di interfacce utente. Non erano ancora chiari gli aspetti economici dell’accordo perché ovviamente non avevamo ancora fatto nessun preventivo basato su nessuna stima dei costi. Senza avere ancora chiaro quale sarebbe stato l’esito dell’analisi e tanto meno della negoziazione, decidemmo di investire i nostri primi giorni in interviste ai committenti, cercando di avere nei pochi giorni successivi i primi prototipi su carta del portale e qualche dato per stabilire una quotazione.
Parlammo subito con il capo supremo, cioè il presidente dell’organizzazione. Belloccio da fiction, giacchetta elegante ma non troppo formale e barba lasciata crescere il giusto, lui ci accolse con molta disponibilità, esprimendo tutta la fiducia possibile nei suggerimenti delle sue collaboratrici e quindi nella nostra professionalità. Facendo continuo riferimento ad Alessia, la ragazza del mio amico, come braccio armato del progetto, in quell’occasione lui ci consigliò di fare a meno del suo aiuto per definire le caratteristiche del prodotto che avremmo cercato di realizzare, ma dava pieni poteri decisionali su ogni aspetto del progetto ad Adriana, sua moglie. Lei, lì, in quel preciso momento, non era seduta al nostro tavolo.
Iniziammo il nostro giro di interviste con Alessia e i suoi colleghi. Nei giorni successivi apprendemmo molto sulle necessità che secondo loro gli utenti del portale avrebbero mostrato di avere. Selezionammo informazioni, le organizzammo, le disponemmo sul piccolo campo da gioco dei nostri prototipi di carta e fummo molto contenti di poter distillare la conoscenza implicita di quel pugno di persone molto volenterose sul mondo del consumo ecosostenibile. Tutti impegnati da diversi anni nel mondo solo apparentemente molto facile delle grandi no-profit, molti di loro avevano davvero molta esperienza da mettere al nostro servizio. Ci facemmo un’idea sempre più precisa del prodotto da realizzare — o perlomeno ci illudemmo di essercela fatta — e potemmo procedere alla stesura di un preventivo. Fino a quel momento, di Adriana la capo progetto nessuna traccia.
Dopo qualche giorno fummo in grado di presentare la nostra quotazione per una prima versione del progetto, che ritenevamo sufficientemente completa da anticipare buona parte degli imprevisti possibili. A quel punto fu finalmente il momento di conoscere Adriana. Fissato l’appuntamento, era giunto il momento di presentare il nostro preventivo.
Arrivammo in leggero anticipo e trovammo Alessia e il suo gruppo già pronti. Passarono altri minuti e, con venti di ritardo, giacchetta da vernissage elegante ma smart e un’allegria un po’ affettata, ci raggiunse anche Adriana. Iniziammo subito a spiegarle il percorso fatto tutti insieme per distillare dei requisiti sensati e, pensavo io, quella era l’occasione per allinearla alla nostra vision: nel suo ruolo di decisore ultimo di ogni aspetto del progetto, non potevamo rischiare che la sua visione di prodotto fosse diversa da quella del team operativo.
L’idea di cosa debba fare, di cosa debba essere un prodotto digitale è fatta di pensieri sottili. Dovevamo necessariamente iniziare a condividere i nostri con i suoi. Fortunatamente però, mi dicevo, il momento dell’accettazione di un preventivo era fra i migliori per dare luogo alle giuste conversazioni. Il Manifesto Agile mi aveva reso già anni prima avido di riscontri reali, concreti e all’epoca ritenevo il denaro un ottimo catalizzatore di riflessioni concrete. In parte lo penso tuttora, ma vedremo più avanti come e perché.
Introdotte le prime considerazioni a premessa delle nostre scelte di progettazione, Adriana fece commenti generici per poi lasciarci proseguire. Andammo avanti una decina di minuti e la conversazione mostrò i primi segni di stanchezza. Per non perdere il momento, provai a chiudere in attivo: “Bene, riguardo alle scadenze, pensiamo di potercela cavare con cinque o sei settimane per una prima versione da rilasciare al pubblico. Certo, non sarà completa di tutte le caratteristiche cui abbiamo accennato oggi, ma certamente sarà funzionante e intanto ci permetterà di raccogliere i primi riscontri sul pubblico. Faremo il punto della situazione una volta alla settimana e poi via così: un rilascio a settimana a partire dal primo. Secondo noi in 5-6 mesi potremmo aver superato anche lo scope che prevediamo di coprire oggi.”
“Lo scopo?”
“Uh! No, lo scope, scusami: intendevo dire l’insieme di funzionalità che il portale offrirà ai suoi utenti.”
“Ah OK!” sghignazzò Adriana, “Considera che io di web non ci capisco nulla! Comunque sì, tutto chiaro!”
Io di web non ci capisco nulla. La frase riecheggiava nella mia mente. Decisi di apprezzarne il candore. Decisi di chiudere. “Bene, per il pagamento abbiamo pensato ad un accordo che chiamiamo ‘a costo obiettivo’. Fissiamo una scadenza del progetto con le stime che abbiamo fatto. Quindi il costo del pr…”
“Ah guarda, di soldi puoi parlarne con Carlo.”
“Carlo?”
“Il Presidente”, mi informò Alessia.
Adriana aggiunse: “sì sì, lui è il capo qui, di soldi parlate con lui.”
“Bene. Allora chiamiamolo e facciamolo venire…”
“Oggi non c’è” fecero all’unisono Alessia e Adriana. “Torna dopodomani, è alla Mostra del Cinema di Venezia.”
Nascondendo male il mio disappunto mi arresi. “OK, magari intanto gli scrivo una mail, poi ci rivediamo venerdì” e sciogliemmo la riunione.
Il Presidente ascoltò la nostra proposta, probabilmente un po’ più complicata del previsto. Avevo deciso di elaborare una proposta fuori dal comune perché mi ero già scottato tante volte negli anni precedenti. I normali contratti a prezzo fisso con una scadenza stabilita in modo rigido correvano sempre il rischio di vedermi sobbarcare di lavoro extra, camuffandolo come piccole migliorie o travestendolo da soluzioni a piccoli fraintendimenti. Essere pagato semplicemente per ogni giornata di lavoro eseguita, senza stimare un termine dei lavori, era possibile solo con i clienti che si fidavano molto e, per giunta, non era possibile in tutti i contesti: mi capitava spesso di lavorare con la pubblica amministrazione oppure con grandi no-profit, come in questo caso.
Quella volta provai a strutturare una proposta diversa. Si trattava di stabilire una scadenza per la consegna finale del progetto, stimandola al meglio delle nostre possibilità. Fino alla scadenza del progetto avremmo lavorato per un compenso fisso. Superata la data prevista avremmo iniziato a fatturare la singola giornata ad un prezzo stracciato, ritenuto appena sufficiente a coprire i nostri costi. In questo modo, pensavo, avremmo potuto essere tutti incentivati a fare ogni sforzo per chiudere il progetto entro la scadenza: noi per non rinunciare ad attività più redditizie, loro per non sostenere un’indefinita emorragia di denaro.
Il Presidente ascoltò con cortese attenzione la lunga esposizione della nostra esotica proposta e, dopo aver chiarito alcuni dubbi, accettò senza richieste ulteriori. Era convinto dalla nostra richiesta di compenso e accolse senza troppe perplessità le nostre stime di completamento. Firmò il contratto. Erano passate altre 2 settimane, con almeno altre dieci o dodici telefonate, ma finalmente eravamo liberi di attaccare i problemi più cicciotti, iniziando a rilasciare valore reale. Piazzate tutte le pedine sulla scacchiera, eravamo ben felici di lavorare per la prossima consegna, secondo gli accordi fissata alla settimana successiva.
Lavorammo a stretto contatto per sette giorni. Era la prima consegna, volevamo fare bella figura e cercammo così di non sostenere gli inevitabili costi di comunicazione che il lavoro a distanza comporta. Ci vedevamo a casa di Matteo, in lunghi pomeriggi romani, seduti nel suo giardino a cercare di fare una buona sintesi dei requisiti del cliente, delle nostre competenze tecniche e delle possibilità concesse dal budget.
Ci vedemmo anche la sera e nei festivi, per nulla preoccupati della sostenibilità dei nostri ritmi. Sapevamo che non avremmo fatto l’errore di andare avanti così per sempre ed eravamo convinti che avremmo potuto ridurre il carico di lavoro una volta ottenuta la fiducia del cliente. In quel momento, agli esordi del progetto, non avevamo dubbi che pagare un certo pegno di fatica extra all’inizio ci avrebbe fatto ottenere nel breve termine un certo vantaggio strategico.
Faticammo un po’ per individuare il giorno e l’ora giusta per incontrarci con Adriana e mostrarle il primo lotto di novità. Puntammo i piedi sulla necessità di verifiche almeno settimanali spiegandole l’importanza del suo punto di vista per il nostro lavoro. Nelle prime fasi del rapporto con un nuovo cliente si è sempre indecisi su quanto essere stringenti nell’applicazione delle regole concordate. Da una parte non si vuole rischiare di guastare un rapporto sul nascere, dall’altra si vorrebbe dargli il giusto imprinting. D’altronde chi ben comincia è a metà dell’opera, no? Qui eravamo di fronte ad una piccola grande scelta, la prima di questo progetto: protestare per avere più tempo per discutere bene il primo rilascio — iniziando bene — o mostrarci accomodanti e far rispettare le regole dalle iterazioni successive — iniziando bene, ma in un altro senso? Quale via ci avrebbe portato più rapidamente a metà dell’opera?
Ottenemmo udienza il giorno giusto, quello conclusivo dell’iterazione di sviluppo, ma solo per 30 minuti.
Quando andammo all’appuntamento con Adriana, Alessia, con la sua consueta precisione e solerzia, ci accolse con una gran quantità di commenti al nostro primo rilascio. Molti erano sensatissimi ed erano aria fresca per i nostri cervelli ormai occlusi da una settimana di lavoro a porte chiuse. Altri commenti ci sembrarono un po’ naïve, caratterizzati da quell’ingenuità inevitabile di chi stia parlando a degli addetti ai lavori in qualsiasi disciplina senza esserlo lei stessa. Trovammo comunque giusto non ignorare neanche questi riscontri: le ingenuità di un cliente che parla con grande trasparenza sono preziose opportunità di educarlo, letteralmente, sulle tecnologie e sui metodi in cui ha deciso di investire. Senza aggredirla, perciò, le rispondemmo, ogni punto un piccolo passo verso una collaborazione più proficua ed efficiente.
Alla fine della conversazione eravamo tutti molto soddisfatti. Evidentemente interessata al completamento del portale, traspariva dall’atteggiamento di Alessia nei nostri confronti sia l’interesse ad avere uno strumento utile per il suo lavoro, sia la voglia di scrivere una pagina interessante del suo curriculum, probabilmente fino a quel momento infestato da stage non retribuiti e poco qualificanti. La sua lista di commenti ci fece piacere: è gratificante solo il lavoro che ha senso per qualcuno.
Adriana, senza regalarci sorpresa alcuna, era in ritardo.
Passata la mezz’ora che in teoria ci aveva accordato le telefonammo e rispose subito.
“Ciao ragazzi! Scusate! Sono rimasta imbottigliata nel traffico. Stavo accompagnando mio figlio al nido.”
“Non ti preoccupare, tra quanto arrivi?”
“Eh, no, avevo solo mezz’ora, mannaggia! Non passo più, ho altri impegni.”
”…”
“Ci possiamo vedere nel primo pomeriggio?”
Ci consultammo al volo con Matteo. “Ehm, no, purtroppo no. Non ci siamo entrambi.”
“Domattina potete?”
“Domattina per me sarebbe OK. Matteo?” rivolgendomi a lui.
“Io non ci sono domattina” rispose Matteo.
“Adriana, ci vediamo domattina. Vengo da solo. Così vediamo che direzione abbiamo preso prima di andare troppo avanti.”
“Certo! Certo, sì, ottima idea! Sì dai, ci vediamo domani e mi dici tutto!”
“OK a domani allora. Stessa ora eh! Anzi no: facciamo un po’ più tardi, così fai in tempo a passare all’asilo!”
“No, domani va bene sicuramente, perché Marco lo porta la nonna. Sai, oggi aveva delle analisi e non poteva farlo, ma di solito lo fa lei. Solo che ora non sta bene e deve fare delle analisi ogni tanto, quindi stamattina si è svegliata presto e, pensa!, era in coda già alle 6:45 alla clin…”
“Dai, va bene Adriana, allora a domani!” la interruppi.
“Va bene, a domani, ciao ciao!”
“Buona giornata” e attaccai.
Io e Matteo raccogliemmo le nostre cose e ce ne andammo con i preziosi riscontri di Alessia, ma senza aver neanche sfiorato la responsabile del progetto. Appena fuori dall’edificio in cui ci eravamo incontrati cercai di recuperare il tempo che rischiava di andare perduto: “Che facciamo oggi? Andiamo avanti o aspettiamo lei domani?”
“Beh dai, Alessia intanto ci ha detto un po’ di cose. Lavoriamoci e domani gli fai vedere la versione già aggiornata.”
Riflettei qualche secondo. Ero dispiaciuto che l’indomani Adriana non avrebbe potuto apprezzare quelle modifiche come un evidente e tempestivo incremento di funzionalità e di qualità, ma considerai anche l’opportunità rappresentata dal dare ad Alessia un seguito così solerte ai suoi commenti. Era pur sempre uno degli stakeholder più importanti.
Mi decisi: “OK, dai, ci sentiamo dopo pranzo” e ci congedammo.
La mattina dopo, di nuovo puntuale, mi presentai nell’ufficio dell’Importante No-profit Nazionale per l’Ambiente e vi trovai Adriana. Mi accolse con un sorriso affettato e un tono di voce troppo alto per la tranquillità in cui lavoravano Alessia e tutti gli altri ragazzi. Mi offrì un caffè che rifiutai.
“Ah, non ti piace il caffè? Oh mi dispiace, che altro posso offrirti?”
“Nulla non ti preoccupare.”
“No dai, non ho neanche il tè… Vuoi un bicchiere di latte?”
“No no, grazie. Poi il latte proprio no: sono allergico. Dove ci…”
“Sei allergico?! Ma dai! Pensa che anche io, la pediatra di Marco mi ha detto che la dermatite che avevo da anni era dovuta alla birra! L’ho tolta e sono stata meglio nel giro di una settimana! Pazzesco! Mi prudevano tutte le mani, il collo e ora è passato tutto! Ma a te che succede? Ti prude o hai problemi a digerire? Mamma mia comunque mi manca tantissimo la birra, mi facevo certe bevute! Adesso vado, la sera e magari mi tocca vedere mio marito con quei bei boccali, che sofferenza! Però certo tu senza latte, ma come fai?! Io morirei! Senza yogurt, senza parmigiano, senza fontina. Senza stracchino! Oddio e con i dolci come fai?”
La digressione unilaterale sulle allergie e le sofferenze a loro dovute durò diversi minuti. Li passai tutti a cercare un modo di tornare il più rapidamente possibile sul motivo per cui mi trovavo lì. Colsi l’occasione offerta da un passaggio tipico delle conversazioni in cui si parlava della mia allergia al latte: “Oh ma aspetta! In frigo c’è dello yogurt. Vuoi dello yogurt?”.
“No, grazie mille” dissi mantenendo un sorriso cortese. Mi affrettai. “Lo yogurt non posso mangiarlo, ma tranquilla, ho anche fatto colazione, grazie! Dove possiamo metterci?”
“Ah bene. Guarda: mettiamoci nell’ufficio di mio marito, tanto oggi lui non c’è” e mi avviai.
Mi sistemai con il laptop e Adriana si sedette accanto a me. Le mostrai il portale o, meglio, il primo embrione del portale ottenuto nella settimana precedente, inclusi i nuovi sviluppi del pomeriggio precedente. Lei seguì con attenzione e non fece nessuna domanda. Alla fine dell’excursus ci furono pochi secondi di silenzio e mi girai verso di lei.
“Perché avete deciso di farlo così?” chiese.